ARTICOLI IN EVIDENZA: L’Occidente torni all’efficienza

“In Europa – negli USA un po’ meno – il discorso politico-istituzionale è costretto all’interno di idee, categorie, fatti quasi antichi. Diritti e stato di diritto sono invenzioni dei filosofi del Settecento e le rivoluzioni americana e francese ne offrirono le prime formulazioni normative. Oggi lavoriamo con questo armamentario concettuale e non pensiamo di poterlo sostituire, magari con costruzioni intellettuali più adeguate alla contemporaneità. Accade piuttosto che, costretti dai bisogni del nostro tempo, finiamo con lo snaturare un (nobile) deposito culturale, preferendo usarlo a sproposito o conferendogli ampiezze eccessive, ansiosi di includervi realtà nuove e però ad esso estranee. Ecco allora la proliferazione dei diritti in ogni dove, la confusione tra discriminazioni inaccettabili e differenze non sopprimibili in quanto radicate nella fattualità o imposte dall’interesse generale, l’articolazione sempre più capillare dei poteri pubblici il cui effetto non è di rendere più equo il potere, bensì di parcellizzarlo consegnandolo a corporazioni di vedute inevitabilmente ristrette o egoiste. In questa parte del mondo sembra quasi esaurita la capacità di inventare l’ideologicamente nuovo. Anche la novità più significativa del Novecento – il successo del pensiero marxiano e la rivoluzione d’Ottobre – si è frantumata in una forma-stato che (forse) ha finito con il tradirla. In Italia il discorso appare cristallizzato nell’antitesi fascismo-antifascismo, un modulo di cui si abusa per la lettura di fenomeni intrinsecamente diversi o marginali per la cui critica o condanna si esclude di disporre di altri strumenti dialettici. Perché questi arresti? La causa prima, quasi ovvia, è che la grande storia si è essa arrestata con la fine del secondo conflitto mondiale. Presto o tardi il suo moto si innescherà e molte cose cambieranno. Nel 1904 H.J Mackinder, professore ad Oxford, aveva ipotizzato che in un futuro prossimo Russia e Cina si sarebbero affacciate ai confini europei per conquistare la supremazia nella competizione produttiva e commerciale, che sarebbe divenuta globale per il continuo progredire dei trasporti. Avrebbe così avuto termine, nel corso del Novecento, l’epoca colombiana durante la quale l’Europa, scoprendo le Americhe, si era espansa in quasi tutto il mondo acquisendone il dominio economico. Chi può dire se finirà come McKinder profetizzava? Per parte nostra, in questa fine d’anno, dovremmo augurarci che l’Europa si desti dalla confusione intellettuale in cui sembra caduta e si diffonda la consapevolezza che essa è stata artefice di una civiltà straordinaria: questa è la nostra identità storica di cui spesso ci dimentichiamo e di cui gli estremisti dei diritti ci vorrebbero far vergognare. Auguriamoci allora che il discorso pubblico smetta di essere occupato da questioni marginali o interessanti minoranze sparute. Mackinder concludeva con un accenno ai “Cinesi”, che “potrebbero costituire il pericolo giallo per la libertà del mondo”. Una valutazione apocalittica, probabilmente eccessiva. Ma anteporre i Cinesi alla Cina è metodologicamente corretto: perché nella competizione in atto tra Est e Ovest del mondo non sono indifferenti il carattere delle persone, la loro educazione, le loro tradizioni culturali e religiose. A Est la gente sembra essere più determinata, più laboriosa, più disciplinata. Urge che gli europei, Italiani in testa, recuperino tutta l’efficienza perduta e che politici lungimiranti introducano finalmente discorsi di verità. Il realismo implica che qualche volta occorrerà mettere l’ordine al di sopra della libertà: la libertà comincia solo dopo che le relazioni internazionali abbiano imposto una realtà più cruda dove la potenza segna i limiti insuperabili che si subiscono (si subiranno) dentro i confini interni dei vari Stati (e della stessa UE). Ci sono molte forze che sfuggono al nostro controllo: continuare a non tenerne conto sarebbe, a dir poco, pericoloso.”

(di Umberto Vincenti – Il Mattino di Padova, venerdì 5 gennaio 2018)